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Pioggia di maggio
Passeggio lungo una scia di magici sogni
Pioggia di maggio batti piano sui vetri della città morente,
lavi il muro dei rancori degli operai di ritorno da lavoro
spazzi via l’ombra dell’incomprensione dei sopravvissuti .
Quanta gente di colore , corre
dentro questa strada ferita,
quanta tristezza si porta addosso
chi vive con il cuore in tasca , la paura nelle ossa.
Eppure io cammino.
Cammino sotto gli archi antichi,
con il vento che mi chiama per nome,
con il mare che mi ripete
di tornare a capire il mondo
e a riamare me stesso.
Guardo la folla,
guardo il mio volto dentro la mia follia,
mi perdo in tanti versi lunghi
come nuvole sospese sopra un vulcano addormentato.
Dentro di me vive un bambino ribelle
aspetta ancora il bacio della buonanotte,
una carezza, una stella cada prima del sonno.
Sono figlio di questo tempo,
figlio di una poesia incompresa,
la quale nasce storta, ironica, feroce,
cade nel fondo di un incubo
come una goccia di vino dentro il fuoco.
Poi mi volto, sogno un mondo senza confini,
un mondo diverso da questo ospedale
da questa stazione, da questa strada,
da questa città che a volte è porto a volte spiaggia.
Cerco un sorriso vero,
cerco le labbra di una ragazza
con gli occhi chiari come l’alba,
cerco una voce che mi salvi
dalla polvere dell’inverno.
E intanto resto qui,
tra la fermata dell’autobus e il cielo basso,
in maniche di camicia,
con il viso trafitto dal vento e dalla pioggia,
con la voglia di sentirmi vivo
anche quando tremo nel nulla del tempo trascorso.
Sono nessuno, sono figlio, del mio passato
sono un passante,
sono un canto,
sono una farfalla
io sono un pipistrello,
sono la musica che sale lenta
insieme alle voci di ventimila spettatori
sotto la stessa pioggia di maggio.
La piazza diventa un imbuto di memorie,
i ricordi scorrono via con il male
le passioni svoltano al semaforo,
io continuo, a vivere
come se tutto questo dolore
fosse soltanto un’illusione breve,
un colpo di vento,
un trascendere dell’anima metropolitana.
Sorrido.
Sorrido dentro le mie debolezze
con i capelli color cenere,
con la forza che mi resta nel petto,
con le idee che non vogliono morire
nemmeno quando la morte
mi cammina accanto in silenzio.
E allora mi domando:
quanta strada ancora dovrò fare
per sentirmi un uomo ?
Quante cadute, quante rinascite,
quanti giorni mi occorrono per diventare grande
più di mio padre, più di mio nonno,
più grande perfino del presidente di questa nazione.
Bello o brutto, bene o male
Paradiso o inferno
così va la vita.
Così va questa società corrotta.
Ma dentro un bacio,
dentro una mano stretta,
dentro un abbraccio si resiste all’ipocrisia,
c’è ancora una scintilla che accende la notte.
E quando lei mi prende per mano
il vento ci solleva piano verso il cielo
io credo ancora di potercela fare,
di amare, di restare,
di non farmi uccidere in questa ultima guerra
che prima ti chiama amico poi nemico.
Pioggia di maggio,
bagnami ancora il corpo,
Bagna i miei poveri sogni di uomo
fammi restare in piedi,
fammi cantare nel caldo del’estate,
fammi tornare umano
in questa città che brucia e rinasce
con me attraverso il mio canto ed il mio sognare.